Alcuni Estratti del Libro




Prologo - Le Dalie

Le Dalie sono fiori stupendi. Quando il sole estivo scalda il terreno e la natura è all'apice della sua bellezza, esplodono in un'armonia di colori e resistono fino a quando l'inverno non si sostituisce all'autunno. Decorative e con tonalità che seguono tutti i colori dell'arcobaleno, sono talmente varie che si fa fatica a credere che appartengano tutte alla stessa specie.
Lui lo sapeva bene, ne era un profondo conoscitore e da anni coltivava con passione quei fiori. Coltivava anche altre varietà di fiori, ma le dalie erano le sue preferite, quelle che meglio rappresentavano la sua personalità. Era Luglio e ormai le dalie erano al culmine della fioritura. Gli sarebbe stato sufficiente sistemare ancora quell'ultima aiuola e poi, tempo di terminare la costruzione della casa, tutto sarebbe stato pronto.
Mancavano pochi giorni all'arrivo dei suoi ospiti e non doveva perdere tempo. Era da tanto che aveva pianificato tutto e, se voleva sopravvivere, non doveva lasciare niente al caso. Per un essere della sua specie nutrirsi era difficile ma gli uomini erano strani e imprevedibili e bastava un nonnulla perchè facessero scelte inaspettate. Tutto doveva filare liscio!
Intanto che questi pensieri lo accompagnavano lui era in ginocchio, ricurvo sull'aiuola. Le sue vecchie e rugose dita raccoglievano la terra concimata attorno ai bulbi delle sue amate piante e strappavano via le erbacce che qua è là crescevano clandestine. I suoi occhi fissavano il lavoro che svolgeva con distacco. Il pensiero di ciò che sarebbe successo di lì a pochi giorni lo stava trasportando in un altro luogo, in un altro tempo. Il suo corpo era lì, ma la sua mente era altrove.
Aveva pianificato tutto da secoli ma continuava a chiedersi se gli avvenimenti si sarebbero potuti svolgere in modo diverso. Se avrebbe potuto raggiungere i suoi obiettivi in un modo meno doloroso. No, ormai gli eventi erano maturi e il tempo dei dubbi era finito. Un eventuale fallimento avrebbe fatto fare ai suoi ospiti una brutta fine e non se lo poteva permettere. Era legato a giuramenti che gli impedivano di fare del male agli esseri umani. Poteva unicamente nutrirsi del loro bene più prezioso, i desideri.
Il suo ultimo pensiero fu interrotto da un rumore che proveniva dal di fuori del suo podere. In un primo momento non capì di cosa si trattasse, poi intravide due figure, seminascoste dalla foschia di una mattinata alquanto umida.
Si alzò di scatto spazzolandosi le ginocchia con le mani che poi pulì passandosele sui fianchi. Non riusciva a vedere bene, socchiuse gli occhi, mise la mano a visiera sulla fronte e si curvò in avanti per mettere a fuoco la scena.
Possibile che fossero loro? Con così largo anticipo? Dovevano arrivare solo fra qualche giorno. Eppure erano loro, non c'era alcun dubbio. Ma cosa stava facendo lui? Maledizione, era caduto su un'aiuola dei suoi preziosi fiori. Che maldestro, possibile che gli umani non ne combinino mai una giusta? Decise di correre verso di loro scuotendo davanti a sè un pugno minaccioso ancora parzialmente sporco di terra. Quando li raggiunse, esplose la sua rabbia con voce rauca:
- Sacripante! Ma che diavolo state facendo!



Capitolo 1 - Il Pozzo dei desideri

Jack era solito alzarsi presto al mattino. Per lui scendere dal letto, mettersi le pantofole disposte rigorosamente perpendicolari al comodino, controllare sul cellulare, prima di fare colazione, se aveva ricevuto dei messaggi era una sorta di rito da vivere con la dovuta lentezza ed eleganza. Queste azioni del mattino, svolte con rigore e precisione, avevano l'importante compito di separare la tranquillità di una bella dormita dall'approssimarsi di una frenetica giornata.
Spesso si era soffermato a pensare a quanti milioni di persone probabilmente stavano facendo quelle medesime azioni nel medesimo istante. Quante persone le vivevano con il suo stesso stato d'animo di passiva remissione.
Faceva questi ragionamenti mentre guardava il criceto di sua figlia, e quello a sua volta lo guardava con uno sguardo che sembrava dire:
- Cosa credi vecchio mio, io e te siamo molto simili. Io giro in questa inutile ruota cigolante che tu mi hai dato, e tu giri nella tua ruota che ti ha dato qualcun altro.
- Tu credi? - chiese Jack mentalmente.
- Certo! - rispose il criceto alzando le zampe anteriori e annusando l'aria - la tua ruota è solo un po' più grande della mia, non ne vedi la circonferenza, ma gira e cigola come tutte le ruote.
Erano pochi istanti di filosofico pensiero poichè, come ogni mattina, dopo aver scambiato quattro parole, il criceto era solito rosicchiare la sua fetta di mela, cagare e ritornare sulla sua ruota. Idem per Jack, con la differenza che però lui si lavava anche i denti e si vestiva prima di andare sulla sua di ruota.
Era un tipo molto pensieroso (Jack, non il criceto) e cercava di combattere la banalità delle sue azioni pensando sempre al perchè le faceva e se ci fosse un modo diverso per farle. Non tanto per farle meglio, quanto per diversificarle e renderle meno ripetitive.
Lo stesso "Jack" era un sopranome ormai usato da tutti. Lui si chiamava Giuseppe Montaldo e, come era uso dalle sue parti, tutt'al più avrebbe dovuto avere soprannomi come Pino o Beppe, ma fin dalle elementari lo chiamavano Jack e ormai in paese tutti lo conoscevano con questo nome. Sin da piccolo era una persona pacata e riflessiva, e forse proprio in contrapposizione a questa sua tendenza a non strafare e a pensare bene prima di agire gli era stato affibbiato questo soprannome preso in prestito da un eroe dei fumetti stile Indiana Jones.
A lui sarebbe piaciuto cambiare questo lato del suo carattere, diventare più avventuroso, ma gliene mancava il tempo. Nonostante ciò la sua mente rifiutava e combatteva quotidianamente quella prigione fatta di appuntamenti, impegni, promesse e false cordialità. Schemi e riti già scritti sotto la voce "amico", "marito", "papà", "impiegato". Intendiamoci, non che fosse infelice. Aveva una bella famiglia, un bel lavoro, uno stipendio che permetteva a lui e ai sui cari di vivere serenamente, ma gli mancava qualcosa, e quel qualcosa era il tempo, il tempo da dedicare a se stesso senza il frastuono della vita quotidiana.
Arricciò il naso. Era uno dei tic che aveva fin da giovane e che gli scattava quando realizzava che qualcosa non andava. Una sorta di "allarme" per farlo tornare in sè.
Questa volta il tic gli aveva fatto notare che, mentre la sua testa rimuginava su questi pensieri, il suo corpo in modo robotico si era vestito, lavato ed era uscito in auto. Forse era ora di tornare nel mondo reale onde evitare di schiantarsi contro qualcosa o qualcuno.
Entrò nella sua parte di assicuratore. Perito, per la precisione. Il suo compito era verificare che la gente non approfittasse della sua polizza con le solite truffe all'italiana. Non si occupava di polizze legate alle automobili, le famose "RC Auto", ma di assicurazioni sugli infortuni nei luoghi di lavoro, capofamiglia, furto e incendio abitazioni.
Il lato bello del suo lavoro consisteva nel meravigliarsi ogni giorno della fantasia e della faccia tosta con cui molti assicurati tentavano di convincerlo sulla gravità dell'incidente che avevano denunciato.
Lui aveva il compito di prendere appunti e di non dare un parere immediato, lasciando solitamente la neo-vittima di tutte le disgrazie di questo mondo con un inconcludente "Le farò sapere".
In effetti questa frase lo aveva salvato più volte. Provate voi a dire in prima persona a un energumeno tre ante di larghezza e una porta e mezza di altezza che non avrà il risarcimento nemmeno diventando Babbo Natale. Meglio dirglielo a distanza di sicurezza con una raccomandata con ricevuta di ritorno! Insomma, non certo un lavoro da supereroe, ma sì un lavoro con cui campare e di tutto rispetto, visto il periodo di crisi.
Quel giorno però la stanchezza e l'apatia si erano accanite su di lui come non mai. La borsa del suo portatile sembrava diventata un macigno, la vibrazione del suo cellulare gli provocava inconsueti stati di nausea e la sua cravatta sembrava stringere sempre più il collo a ogni passo che faceva. Aveva bisogno di aria, trovava pesante perfino salutare i colleghi che incontrava.
Forse questo ultimo grido di aiuto era un segno del destino o forse no, ma quel giorno il suo desiderio si sarebbe avverato, per sua sfortuna.

- o -

A riservargli una piacevole sorpresa fu una bella giornata di Aprile. A causa di un appuntamento saltato riuscì ad andare via un po' prima dal lavoro. In casa non c'era ancora nessuno dato che sua moglie aveva portato la bambina di nove anni a pallavolo e il piccolo rompiscatole di sei anni dalla nonna. Decise perciò di fare una bella passeggiata. Il pomeriggio era piacevole, la temperatura mite, i colori della primavera già protagonisti del paesaggio, il cinguettare degli uccelli e le grida dei bambini al parco giochi con le madri che spettegolavano sugli ultimi gossip. Era il tipico quadro da pubblicità "siamo tutti felici".
Non aveva un percorso preciso in mente, a ogni incrocio faceva una scelta emotiva e senza particolari calcoli. Be', a dirla tutta, una considerazione la faceva: evitava il più possibile strade già fatte o che lo avrebbero portato, da lì a poco, di nuovo a casa anticipando la conclusione di quella piacevole evasione. Molto presto però si accorse di aver camminato molto e di non sapere quanto tempo fosse passato.
Il luogo in cui era gli sembrava familiare, un sentiero lungo il ruscello, un ponte di pietra poco più avanti e, sullo sfondo, in lontananza, la croce del monte San Bernardo che padroneggiava sul paesaggio.
La giornata stava volgendo al termine e la brezza serale iniziava ad abbassare una temperatura che altrimenti avrebbe già saputo di estate.
Jack esitava a tornare indietro, come al solito voleva sapere cosa ci sarebbe stato poco più avanti. Il "poco più avanti" era uno dei suoi peggiori difetti. Non era in grado di dire "ora basta, va bene così". In fondo era una sorta di curiosità che compensava un po' il suo carattere di uomo morigerato.
Il paesaggio era perfetto, o meglio, era talmente insolito per lui essere lì a quell'ora fuori dall'ufficio, che qualsiasi cosa "paesaggisticamente diversa" sarebbe stata perfetta.
L'unico particolare che stonava con i suoi ricordi di quel percorso era un campo cintato sul lato destro del sentiero. Era chiaramente abbandonato e i rovi avevano avuto la meglio sul muro di cinta e su un cancello in ferro battuto ormai arrugginito. All'interno si notavano dei ruderi di quella che probabilmente una volta era una casa di legno e delle sterpaglie al centro del cortile che a malapena nascondevano un vecchio pozzo.
Incuriosito, Jack si avvicinò ed entrò non senza difficoltà nel campo, sfruttando un tratto in cui la recinzione era crollata. Questo gli costò uno strappo sui pantaloni e di conseguenza una sfuriata della moglie e un paio di viaggi rappacificatori dalla suocera. Ma ormai il danno era fatto e tanto valeva non aver strappato i pantaloni inutilmente.
Si fece strada attraverso le erbacce. Il pozzo era rotondo, costruito in mattoni e di vecchia fattura. Ai lati si innalzavano due pali di legno ormai rovinati dal tempo che sorreggevano un piccolo tetto ammuffito. A metà altezza tra il tetto e il pozzo, un complicato ingranaggio a carrucola con un secchio di latta ormai inutilizzabile.
Era meglio non toccare niente, sembrava che un soffio potesse far crollare tutto. Aveva resistito per molti anni e non voleva essere lui a decretare la fine di quel monumento all'antichità. Peccato non avere la macchina fotografica, ne sarebbe uscita una bella foto con la luce del tramonto che si rifletteva su quel vecchio secchio di latta.
Stava per andarsene, ma voleva ancora vedere quanto era profondo il pozzo. Il sole ormai stava lanciando gli ultimi raggi prima di sparire dietro alle montagne e non aveva molto tempo per concludere quella piccola avventura. Si avvicinò, rimosse alcuni rovi che difendevano il pozzo, e si sporse al di là del muretto. Tempo che gli occhi si abituassero all'oscurità che la delusione fu subito servita: il pozzo era profondo sì e no mezzo metro. Non vi era traccia di acqua, umidità o anche solo di muffa a dimostrare che, almeno in tempi remoti, ci fosse stata la presenza di una fonte. L'unica cosa che saltava all'occhio era la presenza di alcune monete. Monete antiche, sporche di terra, o più recenti ancora lucide. Queste ultime, però, lo lasciavano perplesso: se in quel luogo, ci fosse stato un viavai di persone, avrebbe dovuto esserci anche un sentiero. Invece l'erba che circondava il pozzo era uniforme e si notava solo il suo passaggio di pochi minuti prima.
Comunque una cosa era certa, quello era un pozzo dei desideri o non si sarebbe spiegata la presenza delle monete.
Jack non era un credulone ma, come molti scettici, considerava una moneta gettata un buon investimento nell'eventualità che il suo scetticismo fosse sbagliato. Si affrettò pertanto a cercare un mezzo euro nelle tasche per pagare il rito che il pozzo richiedeva.
Un attimo prima di gettare la moneta, però, si bloccò. Quale desiderio doveva esprimere?
Salute, pace nel mondo, ricchezza? No, no, troppo banale, scontato. Per fortuna la salute c'era, e la pace nel mondo costava ben più di mezzo euro!
Gli vennero in mente i pensieri che lo accompagnavano tutte le mattine, sulla frenesia del lavoro e sul poco tempo per fare tutto. Un luogo comune che aveva più volte sentito recitava: ĞIl vero ricco non è solo colui che ha soldi, ma colui che ha il tempo di spenderliğ. Arricciò il naso e capì di aver fatto la sua scelta.
Gettò la moneta esprimendo il suo desiderio: "Avere più tempo per sè... sempre più tempo per sè".
Nel voltarsi per andare via sentì la strana eco di un plof in lontananza. Plof? Erano passati alcuni secondi dal lancio della moneta e non avrebbe dovuto sentire un plof, tanto meno così in ritardo! Quello era il classico rumore di una moneta che si tuffa nell'acqua di un pozzo profondo e lì acqua non ce n'era e il pozzo era tutt'altro che profondo.
Si girò di scatto per guardare nuovamente dentro il pozzo. Niente, solito mezzo metro di profondità, solite monete viste prima. Cercò di riconoscere la sua, ma ormai la visibilità era minima perchè stava diventando notte.
Probabilmente quel plof se l'era sognato ed era ora di tornare a casa.



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